La storia
EveryJot nasce dallo stesso fastidio di EveryCent: una cosa che si fa venti volte al giorno deve costare pochissimo, altrimenti smette di farsi.
Con gli appunti il costo non era il tempo di scrittura, ma tutto quello che veniva prima: aprire l'app, scegliere dove mettere la nota, darle un titolo. Tre passaggi piccoli, che però bastano a far scegliere il primo pezzo di carta a portata di mano. Da qui la regola che tiene in piedi l'app: si apre già pronta a scrivere, la tastiera è su e il titolo se lo prende dalla prima riga.
Il resto è arrivato usandola. I quaderni e i tag perché dopo qualche settimana le note erano troppe per scorrerle. La barra di formattazione con cinque comandi a scelta perché quelli che servono davvero cambiano da persona a persona. Le note protette perché alcune cose si scrivono volentieri solo se restano illeggibili a chiunque altro, compreso chi ha scritto l'app: da lì la cifratura vera, con un PIN che non viene salvato da nessuna parte, invece di una schermata che nasconde e basta.
Come per EveryCent, i dati non passano da nessun server: restano sul telefono e si specchiano nel contenitore iCloud privato di chi usa l'app. La differenza fra le due app è quello che ci si scrive dentro, non il modo in cui vengono trattati i dati.